Con il codice promozionale AGOSTO2026, annulliamo le spese di spedizione per tutto il mese di Agosto 2026 > utilizza AGOSTO2026 dopo nella pagina CARRELLO
ANDREA LANDI
LA STRADA CHE NON AVEVO SCELTO
Collana di Narrativa “Paradosis”
LA STRADA CHE NON AVEVO SCELTO non è un libro sul diabete. È la storia di un bambino di tre anni al quale una diagnosi cambia la vita e che, molti anni dopo, diventa il medico che avrebbe voluto incontrare da piccolo. Andrea Landi racconta oltre sessant’anni vissuti da paziente e da medico, attraversando l’evoluzione della diabetologia: dalle siringhe di vetro ai moderni sensori per il monitoraggio continuo della glicemia. Ma la malattia non è mai la protagonista. Lo sono la famiglia, gli affetti, gli incontri, la professione, le paure, l’ironia e la speranza. Con uno stile limpido e profondamente umano, questo memoir parla a chi convive con una malattia cronica, a chi gli sta accanto e a chiunque abbia scoperto che la vita può cambiare direzione senza chiedere il permesso. Arricchito dai contributi di autorevoli personalità e sostenuto dal patrocinio di ANIAD, AGD Italia, Diabete Italia e FAND, il libro sostiene anche un progetto solidale a favore delle associazioni che ogni giorno accompagnano le persone con diabete. Perché la strada che non avevamo scelto può diventare quella che ci conduce più lontano.
ANTONIO GIORDANO
LDANTE E LA MEDICINA. MALATI E MALATTIE NELLA DIVINA COMMEDIA
Collana di Narrativa “Il richiamo della Memoria”
Quello che si propone ai lettori è un “giro-visita” virtuale, –tranquilli non è obbligatorio indossare camici, guanti e fonendoscopio –, tra gli innumerevoli reparti di quella immensa “Clinica medica e chirurgica” che è la Divina Commedia, dietro al codazzo di quel geniale ed inimitabile “Primario” che fu Dante Alighieri. Ma sgombriamo subito il campo da equivoci. Dante non fu medico e non curò i corpi dei malati (anche se lo scopo della sua Commedia era di curarne e purgarne le anime!). Ma di certo era un “sapiens de Medicina”. Insomma di medicina ne sapeva quanto o forse più di un medico. Ma quale medicina? Nel medioevo la medicina non si basava su basi scientifiche, ma era un misto di filosofia, alchimia, erboristeria e… magia. Comunque Dante si iscrisse all’Arte dei Medici e degli Speziali (i nostri moderni farmacisti) per poter far politica. Chi voleva entrare nell’agone politico della Firenze di fine duecento, doveva iscriversi obbligatoriamente ad una corporazione di Arti e Mestieri. Così prevedevano gli Ordinamenti di Giustizia di Giano della Bella (1293-1295), emanati con lo scopo di tenere lontani dalle leve del potere i nobili e gli aristocratici, detti anche magnati. (…) E quindi seguiremo quel sommo specialista “tuttologo” che fu Dante Alighieri e gli vedremo vestire i panni ora del neurologo, ora dello psichiatra o del fine psicologo, ora quelli dello pneumologo, del cardiologo, dell’infettivologo, dell’oftalmologo o di tanto altro ancora. Dante, nelle sue opere, dimostra di conoscere bene le teorie mediche del suo tempo e dei grandi medici del passato, sia quelli occidentali che quelli arabi, come ben si vede tra gli “Spiriti magni” del Limbo, dove i medici greci Ippocrate e Galeno stanno insieme agli arabi Avicenna ed Averroè. Dall’Introduzione dell’Autore
ENZO TAFURI
CANTICO CIVILE. VERSI CONTRO L’INDIFFERENZA
N. 49 della Collana di Poesia “Il volo della Fenice”
LETIZIA BALò
DA QUI SCELGO ME
– BOX Regalo di Letizia Balò
AFORISMI E PENSIERI PER TORNARE A SÉ
Per la valutazione dei dattiloscritti partecipare al “Premio Internazionale Letterario e Artistico Setteponti” – III Edizione 2026
Published Books
Best Sellers
Happy Readers
Other Books
“L’uomo che amava le rose” di Fabio Mazza
Mentre ci troviamo sull’orlo del precipizio della storia contemporanea, per la minaccia nucleare che sovrasta l’equilibrio del pianeta, a causa dell’insensatezza di uomini che, con follia, lanciano missili sul consorzio civile e umano, alla nostra redazione giunge questo testo dal titolo “L’uomo che amava le rose”, che possiede contenuti del tutto ossimorici, i quali si oppongono alla situazione contestuale, per quel saper sviluppare concetti di bellezza. La raccolta è costituita da nove racconti, relativi ad episodi di vita vissuta e vera, che hanno tutto l’afrore e il sapore della freschezza della fantasia umana, rielaborata da un autore, che aveva esercitato il lavoro di giudice, in primo luogo in Corte d’Appello, dove si revisionano le sentenze di primo grado, e in Corte di Cassazione, a chiusura della sua brillante carriera professionale, quale è quella di Fabio Mazza, affermandosi in tal senso, come persona ricca di oggettività ed equilibrio. Il testo si realizza come viaggio alla ricerca del tempo perduto, fino a giungere ai limiti del diaframma che va concretizzandosi con l’avvicinamento alla morte, per dare un senso all’evolversi della stessa vita.
“Piccole e grandi storie. Le poesie. Volume 1” di Stefano Patera
«Già fin dal titolo della raccolta, si può apprezzare come l’opera possegga un proprio registro narrativo e autobiografico, teso alla ricerca del senso della vita. Titolo che recita: “Piccole e grandi storie”, delle quali del resto ne è caratterizzato lo stesso iter esistenziale dell’artista, dotato della giusta creatività e volontà, atte ad affrontare disagi e difficoltà, ma anche adatte ad ottenere grandi e meritate soddisfazioni. In tal senso, Patera lavora letterariamente sulle orme dei francesi Paul Éluard, Louis Aragon, Jacques Prévert e dell’italiano, Premio Nobel, Salvatore Quasimodo. Poeti del sentimento e dell’amore, ma anche compositori di versi a difesa dei problemi sociali del dopoguerra. Lo scorrere delle liriche ci offre una poetica del positivismo, tipico di chi ha inseguito un sogno, che va a realizzarsi, dopo sacrifici, affrontati con forza ed entusiasmo. Questo primo volume è ricco di liriche contenenti una loro tipica poesia d’amore, in senso lato, poiché rivolto ai luoghi più belli dal punto di vista naturalistico dell’Europa, alle città più ricche d’arte del mondo e alla donna. Un amore avvolgente ed elegante, dai molteplici aspetti, che sa valutare la bellezza delle cose, compresa la cultura, senza la quale non si potrebbe spiegare il senso della vita… » Dalla Prefazione di Lia Bronzi
“Il grande Verga. La narrativa e il teatro” di Marco Sterpos
L’autore si è assunto il compito di onorare con questo libro il centenario della morte di Giovanni Verga non certo nell’intenzione di scrivere una commemorazione rituale, ma perché spinto da un amore per il grande scrittore siciliano, in lui già nato negli anni degli studi giovanili, e dalla convinzione che Verga sia stato il protagonista e il maestro di una grandiosa rivoluzione narrativa ed espressiva che ha investito con la sua ondata innovativa non solo la narrativa del secondo Ottocento ma anche quella del Novecento: secolo nel quale praticamente tutti i romanzieri hanno dovuto in quale modo confrontarsi con lui. Partendo da queste premesse l’autore si è cimentato in un discorso che abbracciasse l’intera opera verghiana, sia nel campo della narrativa che in quello del teatro, nell’intenzione di destinare tale discorso sia agli studiosi di letteratura, anche “specialisti” di Verga, sia ai lettori che, pur interessati agli studi letterari hanno poca o nessuna dimestichezza con il maestro. Ripercorrendo dunque tutta la parabola dell’opera verghiana l’autore parte dal Verga preverista autore di alcuni romanzi “mondani” ambientati nell’alta società (capitolo I) per passare a illustrare la nuova poetica verista sotto il cui segno nascono la “rivoluzionaria” novella Nedda e la raccolta Vita dei campi (capitolo II) e giunge con I Malavoglia il primo grande romanzo verista (capitolo III). Il capitolo IV dà invece conto della produzione degli anni tra il 1882 e il 1887: soprattutto le raccolte Novelle rusticane, Per le vie, Vagabondaggio nelle quali Verga, senza abbandonare il territorio del verismo, insiste nella sua ricerca stilistica ed espressiva che approderà a un nuovo grande romanzo. Tale romanzo, naturalmente il Mastro-don Gesualdo, viene esaminato nel capitolo V, e considerato come il risultato più alto di tale ricerca. Parte dello stesso capitolo V e il capitolo VI sono dedicati all’ultimo Verga nel quale, dopo la prodigiosa fioritura del grande decennio narrativo (1880-1889), la sua geniale potenza creativa si va affievolendo, fino a estinguersi prematuramente senza che egli riesca a scrivere il romanzo La duchessa di Leyra che doveva essere il terzo del progettato Ciclo dei vinti. Il settimo e ultimo capitolo prende in esame il teatro, mostrando come anche in quel campo Verga sia stato innovativo, specie con la memorabile Cavalleria rusticana che, rappresentata nel 1884, è universalmente ritenuta il dramma che apre la via al teatro verista italiano. L’autore tiene a ribadire che il più importante obiettivo che egli intende raggiungere con questo libro è quello di far entrare nel mondo del grande narratore anche lettori non iniziati alla letteratura: e ciò non certo a discapito del rigore scientifico, anzi con l’intenzione di offrire un contributo non irrilevante alla critica verghiana. Per raggiungere un obiettivo così arduo, l’autore ha ritenuto che la strategia migliore fosse quella di tornare a farsi lettore fra i lettori del maestro e di offrire nel suo libro i risultati di questa lettura, con la più grande abbondanza di citazioni volte a dar la parola allo stesso Verga: ciò con chiarezza, semplicità e fedeltà ai testi, in modo da comunicare ragionamenti e conclusioni accessibili a tutti. Insomma l’autore ha ritenuto di poter offrire di Verga soprattutto una lettura personale, naturalmente attenta alle opinioni espresse dagli studiosi in tutto un secolo di critica verghiana.
(Friedrich Nietzsche)
My Writing Blog
Follow Along
Nessun risultato
La pagina richiesta non è stata trovata. Affina la tua ricerca, o utilizza la barra di navigazione qui sopra per trovare il post.





